Quella che resta

MasterCopPoesie

Avvoltoi

La donna rotta
e abbandonata
nel deserto
della sua infranta
quotidianità
graffia
i sogni fatti sabbia
con unghie avide,
digrigna i denti
piena di rabbia
e con le lacrime
si annaffia
il cuore
che germoglierà.

Rotta e distesa,
è finalmente sola
ma dal cielo annuvolato
gli avvoltoi sorvolano
il suo corpo abbandonato
che sembra essere in attesa.

Dalla distorta prospettiva
degli uccelli
la donna è vista
obliquamente
a gambe aperte.

Si avventeranno
su di lei come sempre,
convinti
che per farla alzare in piedi
basti infilarsi
tra le gambe offerte.

Con ampi giri
scenderanno,
convinti
che per riparare
la donna rotta
da un uomo
possa bastare
come sempre
un altro uomo.

Anch’io ho un sogno

Anch’io ho un sogno,
ma piccolo.

Non sentir più la frase
“Ho tanti amici omosessuali”
pronunciata con fierezza
subito prima del “ma”.
Non sentirmi orgogliosa
di camminare fianco a fianco
alla mia amica d’Etiopia,
noi una coppia rivoluzionaria
di bianca e nera che si capiscono.

Essere solo una persona,
un’abitante del mondo,
mai più convalidata
col timbro di una nazione,
una mentalità, una religione.
Non essere mai più invitata
a partecipare al banchetto
esclusivo dell’identità,
supposta cristiano-occidentale,
cercando un posto di rispetto.

E ho un altro sogno,
ma grande:
veder spuntare una barba nera
dietro la veste tutta bianca
di quel nazista alla finestra
che benedice questa piazza.

Vorrei vedere
le fessure di ghiaccio dei suoi occhi
sgranarsi come biglie frantumate
e il suo ghigno dolciastro
deformarsi atrocemente
dietro le mani levate.

E vedere l’Uomo
che lo scosta con fermezza,
lo ricaccia nei suoi palazzi,
e poi fa scempio
dell’etica razzista
di quel pubblico empio,
rovescia parole di rabbia
che atterrano con fragore
come le bancarelle
dei mercanti nel tempio.

Anais

Anais come te
ce ne saranno state mille
ma tu sbattimi in faccia
le tue piume di struzzo,
offri il clitoride
alle labbra del mio amore,
trattieni il pene
del mio uomo per ore
e poi, così,
umiliata e vinta,
amami
e lasciami
con uno schiaffo di occhi
e bocca nerissimi
come buchi nella neve.

Preghiera

Ogni giorno ti pensiamo
ti invochiamo, supplichiamo,
quasi mai ti ringraziamo.

Però sempre compiamo i riti,
bagniamo la testa ai bambini,
ci giuriamo amore eterno,
ci ingozziamo per Natale.

Noi cattivi ti insultiamo,
tremanti per l’audacia osiamo
darti tutti i peggio nomi,
porco, stronzo maledetto
e leviamo gli occhi in alto
trepidanti nell’attesa:
chissà se immediatamente
si protende dal soffitto
una manona possente
che mi serrerà la gola
come tempo fa fermò
Abramo in atto di vibrare
a suo figlio innocente
un colpo con il pugnale.

Chissà se il cielo verrà giù
se ti chiamo porco stronzo,
dai mi sento coraggiosa,
ti scaglio contro il mio dolore
ti incolpo dei miei fallimenti,
ti maledico tutto il giorno,
ti odio con tutta me stessa,
e francamente me ne fotto,
della tua terra promessa.

Ma tu sei sempre il più furbo,
non fai niente, non reagisci,
tu davvero sei tremendo,
te la ridi e ti vendichi così:
non esistendo.


L’ho ucciso

L’ho ucciso
perché sono una persona
fondamentalmente non aggressiva.

Sono incapace di violenza,
per questo l’ho ucciso.

Non avrei saputo restituirgli
la lenta morte quotidiana
la metodica cancellazione
di una persona,
l’annientamento del corpo,
lo spregio di un’intelligenza.

Non avrei saputo essere a mia volta
la puntuale goccia di disprezzo
che giorno dopo giorno
gli perfora il cranio.

Non avrei saputo ridere di lui
mentre in un angolo
il suo corpo si deformava,
il suo volto si sfigurava nel pianto,
la sua voce si contraeva
in fioche grida d’aiuto.

Non avrei mai potuto
schiacciare, infilandogli
il tacco delle scarpe negli occhi,
un essere già ripiegato
sotto i miei piedi.

Non avrei potuto vederlo
agonizzare
stretto tra le lamiere
delle mie crude parole.

Non potrei fare tanto male
a nessuno,
per questo ho preso un martello
e con soli due colpi
gli ho sfondato il cervello.

Ho dato un rapido sguardo
al viso buffamente contratto,
agli occhi e alla bocca sbarrati,
poi ho lavato i grumi di sangue
dagli abiti e dalle mie mani.

Non sarei stata capace
di guardare ogni giorno
morire una persona,
per questo l’ho ucciso
ma una volta sola.

Inno alla famiglia

Un concetto
accucciato su di te
come una salamandra al sole,
a scaldarti di un calore appiccicaticcio
gocciolandoti stille
fetide di sudore.

La salamandra
che ti incolla al suolo
che ti permette di spostarti
solo lo stretto necessario
e intanto ti sta sopra
come un guscio.

La salamandra
che ti tiene sempre
le zampe avviluppate
intorno al collo
che ti strozza in gola
il minimo grido di libertà,
ti volta il viso appena scorgi
un’emozione,
ti tappa gli occhi
davanti a pericolose opportunità
e ti guida sempre
a seguire la sua ombra
come un cane accovacciato
sulla testa di un cieco.
La salamandra
che secoli e secoli
di ordine da difendere
di maschio dominante
femmina asservita
e figli come trofei
secoli e secoli
di prigioni fatte di sbarre
di amore obbligatorio
hanno elevato a tuo unico Dio.

La salamandra
che tiene i denti affondati
nelle tue spalle
ti succhia l’anima e le idee.

La salamandra
è l’unica cosa che vedranno di te
perché avanzerà nel sole
curvandoti sempre di più,
la salamandra
è l’unica illusione di felicità
perché è il tuo matrix
e tu sei una pila
conficcata ad alimentare
il corpo innaturale
della società.

Parola

Mi stupisce
ogni volta
la parola
non attutita
dal sentire comune,
che rotola
giù dalla nostra
vergogna.

La parola smascherata
da strati su strati
di abitudini e decenza.

La parola spogliata
delle coltri di paura
e di autostima,
la parola svincolata
dalle leggi del benessere
e della moderazione.

Una parola
così forte, acuminata,
eppure semplice e sincera,
quasi ingenua.

La parola
svergognata
che ci lascia nudi
a rotolare sull’asfalto
scossi da brividi di freddo.

La parola
che è lo schiaffo
senza rabbia
che mi volta la faccia
verso me stessa.

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